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I tratti di sabbia e le dune diventano una
costante uno di noi per un errore di valutazione salta una duna e un
atterraggio rovinoso buca il radiatore e mette il fuoristrada in posizione
di ribaltamento. |
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Superata la difficoltà si continua. Un
fortissimo vento ci accompagna e, come lo ha definito qualcuno, è come
viaggiare nell’inferno dantesco, al superamento di ogni duna inizia un nuovo
girone. Ci infiliamo in canyon strettissimi, superiamo dune alte come
montagne, ci tuffiamo in discese mozzafiato, la pressione delle gomme
andrebbe cambiata ogni qualvolta cambia la consistenza della sabbia, ma non
possiamo fermarci continuamente. Ci fermiamo in un tratto panoramico posto
sopra una duna e fotografiamo un albero pietrificato che da migliaia d’anni
riposa su un cuscino di sabbia.
Terzo campo, siamo con i polmoni pieni di
sabbia, tossiamo in continuazione. La sabbia si è infilata dappertutto e i
nostri occhi, nonostante le protezioni, sono arrossati; ma siamo tutti
soddisfatti, le difficoltà ci hanno affiatati, siamo tutti disponibili ed
operativi. La serata scorre serenamente con i racconti della giornata appena
passata.
Si riparte poco dopo l’alba. Smontato il campo
ci rituffiamo in queste montagne di dune che sembrano non finire mai.
Iniziamo a desiderare l’asfalto. Percorriamo gli ultimi 50 km in una
pietraia lentissima, si viaggia in seconda marcia e in terza, ma
improvvisamente ci troviamo nell’asfalto, siamo ad AL WAINAT, la nostra
prima meta. 860 km percorsi.
E’ un piccolo villaggio ma possiamo rifornirci
di carburante e di acqua e dormire in un accogliente campeggio con capanne
adibite a bungalow. Trattato il prezzo, alcuni di noi dormiranno
nell’air-camping ed altri nelle capanne. Il villaggio offre un posto
telefonico da dove è possibile parlare con i nostri cari.
L’indomani divido il gruppo: 4 fuoristrada
raggiungeranno Ghat via asfalto per le dovute riparazioni ai radiatori, i
restanti si alzeranno più tardi e li raggiungeranno.
Arrivati a Ghat, la lentezza, tipica di questi
popoli, rallenta le riparazioni, così solo nel pomeriggio possiamo
ripartire, in direzione sud a lambire il confine del Niger. Espletate le
formalità per il visto d’entrata all’Akakus, a pagamento, partiamo per la
nuova avventura, ci aspetta la “duna del non ritorno”, così chiamata perché
si può solo discendere e per ritornare in cima si deve fare un giro di 200
km e le meraviglie dell’Akakus.
Inizia un lungo tratto di canyon a volte
enormi a volte gole strettissime. In uno di questi canyon ci sbarra la
strada una pattuglia militare algerina, siamo nella terra di nessuno tra le
due frontiere e da qui passano le carovane dei disperati verso l’Europa.
Momenti di paura nel trovarsi puntati i mitragliatori addosso, ma accertate
le motivazioni e le nazionalità del convoglio ci lasciano passare.
Percorriamo una ventina di km e passiamo in un
posto di controllo Libico, un Toyota pich-up fornito di mitragliatrice
pesante è a guardia del posto, decidiamo di fermarci per la notte
all’interno di un canyon a un km di distanza dei militari.
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Ceniamo a base di carne di cammello
sapientemente cucinata dalla nostra guida e dal militare di scorta. Le alte
rocce che circondano il campo sono il preludio della maestosità dell’Akakus.
Siamo sempre più galvanizzati, ci sentiamo più sicuri nella guida e
nell’affrontare le difficoltà, ma il peggio deve ancora venire. La mattina
si riparte. Iniziano dune altissime e tratti di deserto piatto come il mare
in cui raggiungiamo velocità pericolose. Finalmente siamo nell’Akakus.
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Ci infiliamo in questi enormi canyon
sabbiosi circondati da rocce surreali, scolpite dal vento e da
una mano misteriosa che ha creato forme indescrivibili. |
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La giornata scorre a visitare i punti di
maggiore interesse, le pitture e i graffiti lasciate a testimonianza della
vita rigogliosa che esisteva 10.000 anni fa vissuta da questo popolo
sconosciuto che abitava questi luoghi, che oggi sono aridi ed inospitali
alla vita. L’ Akakus è trafficato da carovane di fuoristrada che trasportano
mercanzie dal Niger e da turisti che viaggiano nei fuoristrada dei
tour-operator. Ci fermiamo nei pressi di un pozzo d’acqua e ci ritroviamo in
una ventina di fuoristrada, tutti a lavarci e a scambiarci saluti. Dopo ci
spostiamo a visitare tre piccoli laghetti all’interno di una gola, è quasi
il tramonto e dobbiamo accamparci. Facciamo campo, senza saperlo, in un ex
bivacco di qualche gara nel deserto…… dove hanno lasciato quintali di
rifiuti solidi, compreso un intero ponte con differenziale. La sera durante
la cena decidiamo di ripulire la zona seppellendo il tutto, ma l’indomani,
la possibile temuta presenza di serpenti e di scorpioni ci fa desistere
dall’iniziativa. |
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Si riparte, ci aspetta la mitica “duna del non
ritorno”. Vi arriviamo nel tardo pomeriggio, dopo aver attraversato
centinaia di chilometri di deserto completamente piatto. Superate le
difficoltà oramai abituali nel salire questa duna ci tuffiamo a discenderla
dal lato opposto. Il primo fuoristrada che arriva in fondo sembra a tutti
gli altri una formica nel mare di sabbia. |
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Scendiamo tutti e ci prepariamo al nostro
sesto accampamento. Questa sera si prepara una cena particolare: maccheroni
al sugo. Dopo i racconti sui fatti della giornata, spegniamo il falò ed
andiamo a dormire soddisfatti di essere arrivati in un’altra meta del nostro
viaggio. Rimangono solo i laghi e Leptis Magna. |
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L’indomani visitiamo un altro sito di disegni
rupestri e di graffiti e lambiamo il terribile deserto del Murzuk con dune
non molto alte ma con ridiscese quasi perpendicolari. Al tramonto arriviamo
nel villaggio di Germa e ci accampiamo in un delizioso campeggio sormontato
da dune. La prima cosa da fare è una bellissima doccia per togliere tutta la
sabbia che ha chiuso ogni poro.
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A sera ci raggiunge Ben Alì, la nostra prima
guida, che si informa se tutto andava bene nel viaggio e nei rapporti con la
guida e la scorta. Mi chiede se il viaggio deve continuare come da programma
o se ci bastava tutto il deserto fatto. Riconfermo il tutto e riparte a
razzo, deve raggiungere Tripoli entro l’indomani. Dopo i rifornimenti di
acqua e gasolio si ricomincia l’avventura, dune e sempre dune ci aspettano
per i prossimi due giorni. Verso ora di pranzo raggiungiamo il primo lago
che è parzialmente secco. Il secondo a trenta kim di distanza è pieno
d’acqua e c’è già chi pensa di fare il bagno, ma la guida ci consiglia di
raggiungere l’ultimo lago, il più grande. Arriviamo in questo lago
bellissimo in mezzo ad alte dune. Pranziamo tra le palme e subito dopo
andiamo a fare il bagno. Salvatore è il primo e quando esce dall’acqua ha la
sorpresa di trasformarsi in una statua di sale, a causa dell’alta salinità
dell’acqua del lago. Va di corsa a lavarsi con l’acqua del pozzo per non
diventare un blocco di sale. Ci infiliamo in acqua solo in quattro e ….
meraviglia delle meraviglie…. l’alto tasso di sale ci fa galleggiare senza
muovere un dito, la temperatura dell’acqua è perfetta ed il bagno si protrae
per un’ora. |
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Ripartiamo tre ore prima del tramonto.
Ricomincia il saliscendi delle dune. Si fanno sempre più basse ma
lunghissime da salire. Scavalchiamo una duna con l’uscita quasi
perpendicolare, chiedo via radio di avvertire quando si presenta una duna
pericolosa. Nei giorni precedenti salivamo le dune ognuno con una
traiettoria diversa, per avere la sabbia più dura sotto, con queste dune,
invece, dobbiamo obbligatoriamente seguire le tracce di chi ci precede
perché ad ogni ridiscesa la duna diventa meno ripida e pericolosa a causa
della sabbia che scivola accompagnando il fuoristrada. Viene segnalata
un’altra duna pericolosa che affrontiamo con le dovute cautele, ma alla
terza succede qualcosa. Veniamo avvertiti per radio della presenza di una
duna pericolosissima in uscita. Tutti riceviamo l’avvertimento tranne Angelo
che da giorni lamentava problemi di ricezione alla sua radio. Angelo inizia
a salire velocemente, come sempre il fuoristrada inizia a rallentare e a
salire affannosamente. Negli ultimi 5 metri la sabbia durissima fa fare
presa alle gomme e il Toyota di Angelo schizza via sopra la duna atterrando
7 metri più in basso con il frontale e conseguente ribaltamento in avanti.
Via radio si succedono gli avvisi di quello che era successo……. Attenzione
Angelo si è capovolto……..la macchina ha preso fuoco…… Angelo e Antonella
sono dentro il fuoristrada. Arrivo per ultimo salendo la duna senza nessuna
precauzione e appena in cima blocco il fuoristrada in bilico. Lo spettacolo
che appare ai miei occhi è terribile. Vedo solo 4 ruote in aria coperte da
un denso fumo bianco e un assordante rumore di motore. Schizzo fuori dalla
macchina e mi pronto a prestare soccorso. Mentre scendo la duna un rumore
simile ad uno scoppio spegne definitivamente il motore. Mi trovo dal lato di
Antonella che vedo cosciente e con gli occhi sbarrati. Arriva subito a
gattoni anche Angelo che era riuscito ad uscire dal fuoristrada e cercava di
soccorrere sua moglie. Tirata fuori dall’auto, Antonella non aveva dolori ma
non riusciva a muovere un braccio. Angelo aveva il viso contuso e perdeva
sangue dalla bocca. Queste sono situazioni-limite in cui chi riesce a
mantenere il sangue freddo fa la differenza. C’era chi sotto shock non
riusciva a muoversi, chi non sapeva cosa fare, chi diceva cose senza senso e
così via. Superati i primi momenti si smarrimento si formavano due squadre
spontanee: una di soccorso medico e una di soccorso meccanico. Si doveva
subito capovolgere l’auto e cercare di metterla in moto mentre iniziavano ad
uscire dai fuoristrada le confezioni di ghiaccio secco distribuite in
precedenza a tutti gli equipaggi. Capivo che Antonella aveva il braccio
rotto e rimanevano per l’asfalto e la città di Sebha ancora 70 km e un’ora
di luce. Si riesce a far ripartire il Toyota con qualche difficoltà e si
cerca di recuperare tutto quello che è rimasto intorno al luogo
dell’impatto. L’auto riparte, forse per timore di essere abbandonata
nel deserto. |
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Chiedo alla guida di trasportare i feriti in ospedale mentre gli
altri aspettano nel deserto, ma la guida rifiuta questa soluzione. Decido
allora di proseguire il viaggio fino a Sebha. Dopo quanto accaduto non c’è
più spavalderia e sicurezza sulle dune e si procede con continui
insabbiamenti, è impossibile continuare. Decido di fare campo per la notte.
Temo che Antonella abbia altre lesioni e che la frattura all’omero sia
grave. Adesso, con tranquillità si medicano bene i feriti, si controlla la
pressione e le temperatura. Ivana, nel frattempo prepara i tortellini in
brodo per tutti, ma non ho fame e vado a dormire. La notte è molto calda,
strano, e in lontananza sento un rombo sempre più forte che si avvicina, mi
chiedo che cosa possa essere, sta arrivando una terribile tempesta di
sabbia. Per tutta la notte il vento fortissimo e la sabbia ci flagellano, le
tende vengono abbandonate e si cerca rifugio nei fuoristrada. Rimane solo
chi dorme nell’air-camping ma il vento soffia rabbiosamente e scava sotto le
auto inclinandole di trenta gradi. |
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All’indomani l’accampamento sembra un campo di
battaglia tutto devastato e i fuoristrada sono tutti inclinati da un lato.
Partiamo alle prime luci dell’alba dobbiamo raggiungere al più
presto l’ospedale di Sebha. Percorriamo i 70 km che ci separano
dalla città in meno di 2 ore e subito Antonella viene ricoverata
in ospedale, accompagnata da Angelo ed Emanuele. |
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Io devo espletare le formalità di
denuncia dell’incidente ed organizzare il rientro in aereo e il
recupero del fuoristrada rimasto fermo a Ghadames. Per ben 2
volte tento di entrare in ospedale ma mi viene negato l’accesso,
così rientro in campeggio a Sebha dove il resto del gruppo mi
aspetta. Nel frattempo i ragazzi si sono dati da fare per
sistemare il Toyota di Angelo. Adesso uno sportello si può
aprire, ma rimane il problema della mancanza di parabrezza che
crea molte difficoltà alla guida. Il caldo è infernale, ci sono
47° all’ombra e ci rifugiamo in uno stanzone climatizzato dove
seduti su tappeti a terra ci mettiamo a parlare del più e del
meno con il personale del camping, aspettando il rientro di
Antonella. Intanto è arrivata una nuova guida con taxi che
accompagnerà l’equipaggio del fuoristrada fermo a Ghadames, così
ci salutiamo con appuntamento in frontiera. Alle 16,30 tornano
Antonella, Angelo ed Emanuele. Adesso il braccio di Antonella è
ingessato e lei ha subito un’anestesia totale. Antonella ed
Angelo hanno deciso di continuare il viaggio e non accettano
nessuna opzione. Partiamo immediatamente, in serata dobbiamo
raggiungere la città di Waddam e pernottare, sono 235 km di
asfalto. |
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Alloggiamo in un albergo e ceniamo in un
fast-food libico, divertente. Dopo cena tutti a letto. Domani si parte per
Leptis Magna: 320 km di asfalto.
A Leptis Magna arriviamo nel tardo
pomeriggio ed alloggiamo in un lussuoso albergo e ceniamo a lume di candela,
il peggio è passato. Adesso dobbiamo rilassarci e goderci la parte turistica
della Libia. E’ arrivato il momento dei souvenirs e di visitare la maestosa
città romana, piena di turisti italiani. Finita la visita si parte alla
volta di Tripoli, città bellissima ed affascinante.
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Ci inoltriamo nella medina e facciamo gli
acquisti più disparati, con annesso taglio di capelli (o ciò che ne rimane)
per Gianfranco ad opera di un barbiere locale. Lasciamo Tripoli e dopo un
frugale pasto in riva al mare le guide ci danno la triste notizia che la
sabbia, i frammenti pietrificati e le strane pietre raccolte non possono
passare la frontiera libica senza rischiare problemi seri. Siamo tutti incazzati perché quei piccoli cimeli erano il ricordo di posti meravigliosi,
a malincuore lanciamo tutto in acqua e proseguiamo per la frontiera dove
Massimo e Peppe ci aspettano. Ci ricompattiamo presso un rifornimento di
carburante dove ci aspetta la prima guida che deve
accompagnare un altro gruppo di italiani nel deserto.
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Ci incontriamo con i nostri connazionali e
sorridiamo nel vedere i loro fuoristrada puliti ed organizzati, al contrario
dei nostri pieni di sabbia dentro e fuori e con tutti i bagagli confusi. Ci
salutiamo ed entriamo nella frontiera libica. Ci fanno entrare in un
capannone dove i doganieri libici ci ordinano di vuotare in terra tutto il
bagaglio. Successivamente riconsegniamo le targhe libiche e ci viene
restituita la cauzione. Salutati la guida ed il militare che ci ha scortati
rientriamo in Tunisia. Pernottiamo a Medenine e l’indomani ci si ferma ad
Hammamet per riposare 2 giorni. Il viaggio sembra finito ma la sorte ci
aspetta per l’ultima prova. Antonella accusa complicazioni al braccio e si
decide per una visita urgente in una clinica privata. Così Antonella torna
in ospedale e deve essere operata d’urgenza; l’indomani sera c’è la nostra
nave in partenza per Palermo, che fare? Il timore che Antonella venga
dimessa troppo tardi per raggiungere Tunisi e che ambedue perdano la nave è
realistico ma un’idea di Emanuele rasserena tutti. Si decide che, appena
dimessi, Angelo e Antonella raggiungano in taxi il porto di Tunisi, mentre
uno di noi guiderà il loro fuoristrada fino all’imbarco partendo con sei ore
d’anticipo. Tutto va per il meglio e si può tornare in Italia con maggiore
serenità. |
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Questa esperienza in Libia ci ha insegnato
tante cose, 18 giorni di convivenza pacifica, nuove esperienze di guida e
tanto buon senso che hanno permesso la riuscita di questo fantastico
viaggio. Sulla nave incontriamo gli amici del Sahara
Club di Ragusa, anche loro di ritorno da un viaggio nel deserto. Scambiati
i saluti si va a dormire con la testa piena di tanti ricordi. |
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Ringrazio i miei compagni di viaggio che si
sono dimostrati sempre all’altezza delle situazioni, le guide libiche Saf
Alì e Awuard, la scorta Ben Ka Sin. |
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