IL VIAGGIO NEL DESERTO LIBICO - DIARIO DI UN VIAGGIO INDIMENTICABILE IN LIBIA

 

Il racconto del nostro viaggio non è fatto per creare miti o eroi,  esso ha lo scopo di dare le giuste indicazioni a coloro che vorranno viaggiare in questi luoghi selvaggi e incontaminati dal turismo e dalla civiltà occidentale e per dare un contributo alla giusta visione di un paese che si prepara al turismo.  Il nostro viaggio in Libia parte sotto i migliori auspici. Il percorso è stato pianificato in tutti i dettagli, da mesi ci sono contatti con le agenzie e le guide libiche per pianificare un percorso completo del deserto Libico, valutando costantemente i rischi che comporta un viaggio del genere.

Si effettuano calcoli sui consumi per i serbatoi supplementari, dell’acqua, dei viveri, dei medicinali, delle ruote di scorta, dei compressori etc,etc. Ogni aspetto è stato discusso e ridiscusso in 10 riunioni preparatorie; che sono servite anche a creare affiatamento nel gruppo che dovrà convivere insieme per ben 18 giorni. Partiamo da Ragusa in sette fuoristrada e tredici partecipanti. La traversata in nave è abbastanza tranquilla e arriviamo a Tunisi in perfetto orario. La prima sorpresa e che le radio ricetrasmittenti si possono usare previa un’autorizzazione in frontiera. Cambiati i soldi in valuta locale ci lanciamo nell’asfalto per raggiungere al più presto la città di Gabes, dove è previsto il primo pernottamento. Raggiungiamo Gabes in serata e andiamo a dormire in un albergo a tre stelle ( cadenti ). L’indomani partenza alle 9 per raggiungere la frontiera Libica. Percorriamo gli ultimi 110 km in 2 ore e tutto procede secondo programma. Incappiamo nel primo intoppo alla frontiera tunisina dove il funzionario addetto ai visti d’uscita improvvisa una pausa-pranzo lasciando il nostro gruppo con soli 3 visti non siglati. La conseguenza è un’imprevista sosta di 2 ore in attesa che il funzionario rientri.

     
Al primo rifornimento in Libia ci accorgiamo piacevolmente del costo del gasolio: 8 centesimi litro, mentre l’acqua minerale è 2 euro 6 litri. Arrivati al tramonto a Nalut ci prepariamo a cenare e pernottare in un dignitoso albergo. La prima impressione che ricevo è che ci troviamo a contatto con nord-africani di ben altro tipo. Abituato ad altro, constato che questo popolo ha una propria identità e un orgoglio nazionale. Nessuno ti infastidisce, tutti sono cordiali e gentili. I libici non accettano mance e non trattano sui prezzi applicati.

Finalmente entriamo nella frontiera Libica, capeggiata da una gigantografia di Gheddafi. I timori sono di perdere ulteriore tempo prezioso in frontiera. La nostra guida è sul posto e subito ci fa entrare in una corsia privilegiata. Mi accorgo dell’ottima organizzazione della guida che con altri 2 collaboratori in tempi record ci fa uscire dalla frontiera (giusto il tempo di applicare le targhe Libiche).

Partiamo subito alla volta della cittadina di Nalut dove è previsto il pernottamento, un paesino arroccato su una montagna.

 

     
Dopo questa fugace visita andiamo nella scuola elementare per la consegna del materiale didattico, ma veniamo bloccati nel cancello d’ingresso, non si può consegnare il materiale senza una specifica autorizzazione governativa. Così sistemiamo nuovamente i doni nei fuoristrada.

In albergo la guida mi dice che lui ci accompagnerà solo nel tratto asfaltato e che continueremo il viaggio con suo fratello e il militare di scorta che ci attendono a Ghadames. Per la seconda volta mi chiede la conferma del percorso nel deserto, e incomincio a pensare di avere un po’ esagerato nel tracciare l’itinerario. Durante il dopo la cena organizzo la consegna del materiale scolastico fornitoci dall’organizzazione umanitaria non governativa “ Bambini nel deserto” presso la scuola locale parlando con un insegnante della scuola stessa. La mattina visitiamo una roccaforte che dentro le sue possenti mura difendeva un’enorme granaio, mi accorgo di trovare per terra fossili di legno e l’insegnante che si è offerto di farci visitare la sua cittadina ci racconta che è stato trovato lo scheletro di un dinosauro che un’ équipè americana  ha in seguito portato via. Visitiamo un ospedale italiano che risale al periodo dell’occupazione fascista, interamente costruito sottoterra e che attualmente è in ristrutturazione in previsione di un esploit turistico.

Lasciamo Nalut e su strada asfaltata raggiungiamo Ghadames dove ci aspettano la guida per il deserto e la scorta, entrambi obbligatori per visitare la Libia. L’appuntamento è presso un rifornimento di carburante dove avviene il passaggio delle consegne tra le due guide. Per la terza volta, cartina alla mano, la nuova guida  vuole la conferma del percorso, cosa che fa aumentare le mie perplessità, ma confermo il tutto confidando sulla compattezza del nostro gruppo.  Aleggia nell’aria l’abbandono di un fuoristrada per motivi tecnici e quindi i due partecipanti continueranno il viaggio assegnati nel fuoristrada della guida e con noi. Abbandonato il fuoristrada, che verrà recuperato al ritorno, facciamo tutti i rifornimenti perché ci aspettano 850 km di deserto dal quale saremo fuori tra 3 giorni, se tutto va per il meglio. Percorriamo pochi chilometri ed è già buio, decidiamo di fermarci per fare il nostro primo campo. Tra un tortellino e un po’ di tonno, uno strano topolino saltellante ci tiene compagnia  attratto dall’involucro di carta di un dolcetto.

Prima di andare a dormire fotografiamo un enorme ragno anch’esso attratto dal cibo. Come tutti i nostri campi i rifiuti vengono bruciati e sepolti.  Passa la prima notte nel deserto, dalla quale  ci svegliamo infreddoliti. Ognuno si allontana con la propria carta a fare “i fax”, simpatico modo di dire scelto spontaneamente dal gruppo per i propri bisogni corporali.
 

IL DESERTO

Nel deserto ci sono regole da rispettare per essere rispettati

Dopo una buona colazione partiamo, sono le ore 9,15.  La pista che affrontiamo è molto varia
tra rocce, sabbia,  fech-fech, canyon e formazioni geologiche di incredibile bellezza.
 

Tutto procede per il meglio e il primo giorno passa tranquillamente, con tratti di pista lentissimi. La sosta pranzo affrontata sotto il sole a 42° fiacca il gruppo, i fuoristrada si sono trasformati in forni, ma è la determinazione del viaggio che ci regge. Siamo ancora con la pressione delle gomme a livello stradale e aspettiamo con impazienza il momento di affrontare le dune. Finalmente finisce la zona predesertica e davanti a noi si stagliano montagne di dune. Abbassiamo la pressione delle gomme, a 1 bar. Percorreremo 600 km di dune.

Ci teniamo costantemente in contatto radio, nei tratti di fech-fech si perde la visibilità ed è come viaggiare nella nebbia con il pericolo di tamponarci. Iniziano i primi insabbiamenti, nonostante si cerchi di trovare i passaggi più agevoli, ci troviamo ad affrontare dune altissime per il cui superamento necessitano lunghissime rincorse, che vengono annullate dalla presenza di fech-fech alla base delle stesse. Non riusciamo a venirne a capo….. come ca…. si sale?
La guida rise sorniona in cima alla duna con il suo fuoristrada, non ci ha ancora rivelato il segreto e vuole divertirsi a sentirci imprecare per ogni tentativo. Al grido di gas gas gas finalmente sappiamo cosa fare, dobbiamo togliere le 4 ruote motrici e solo con il posteriore acquisire la massima velocità per lanciarsi sulla duna e quando il fuoristrada, nella salita, inizia a rallentare e si è già in prima, inserire le 4 ruote motrici. Solo così si può scavalcare la duna. E’ un continuo susseguirsi di dune, un saliscendi infernale. Andremo avanti così per 200 Km.

Secondo campo, prepariamo la cena. La nostra guida ha rotto una balestra del suo fuoristrada e si accinge a ripararla. Durante la cena avviene un  battibecco fuoriluogo tra due partecipanti, a dimostrazione della tensione che si accumula durante il giorno guidando sempre attenti e vigili. Per fortuna sarà l’unico episodio.

Si riparte. Uno dei nostri fuoristrada ha problemi di alte temperature dell’acqua, e necessita la sostituzione della ventola del radiatore. La cosa si effettuerà all’uscita del deserto.

Varie fermate per raffreddare e rabboccare acqua nel fuoristrada con problemi di ventola, rompono il ritmo di guida e comincia a farsi dura.

Il fech-fech la fa da padrone: i fuoristrada arrancano faticosamente, tutti desideriamo motori più potenti. Discendiamo una duna molto alta e in fondo ci aspetta la risalita. Ci insabbiamo tutti,tranne la guida che con il suo motore 4000 cc a benzina fa la differenza. La tecnica acquisita in questo passaggio non serve. Bisogna tenere le 4x4 e mantenere il motore in prima senza cambiare. I motori ruggiscono spaventosamente, ma solo così riusciamo ad uscirne.

I tratti di sabbia e le dune diventano una costante uno di noi per un errore di valutazione salta una duna e un atterraggio rovinoso buca il radiatore e mette il fuoristrada in posizione di ribaltamento.


Superata la difficoltà si continua. Un fortissimo vento ci accompagna e, come lo ha definito qualcuno, è come viaggiare nell’inferno dantesco, al superamento di ogni duna inizia un nuovo girone. Ci infiliamo in canyon strettissimi, superiamo dune alte come montagne, ci tuffiamo in discese mozzafiato, la pressione delle gomme andrebbe cambiata ogni qualvolta cambia la consistenza della sabbia, ma non possiamo fermarci continuamente. Ci fermiamo in un tratto panoramico posto sopra una duna  e fotografiamo un albero pietrificato che da migliaia d’anni riposa su un cuscino di sabbia.

Terzo campo, siamo con i polmoni pieni di sabbia, tossiamo in continuazione. La sabbia si è infilata dappertutto e i nostri occhi, nonostante le protezioni, sono arrossati; ma siamo tutti soddisfatti, le difficoltà ci hanno affiatati, siamo tutti disponibili ed operativi. La serata scorre serenamente con i racconti della giornata appena passata.

Si riparte poco dopo l’alba. Smontato il campo ci rituffiamo in queste montagne di dune che sembrano non finire mai. Iniziamo a desiderare l’asfalto. Percorriamo gli ultimi 50 km in una pietraia lentissima, si viaggia in seconda marcia e in terza, ma improvvisamente ci troviamo nell’asfalto, siamo ad AL WAINAT, la nostra prima meta. 860 km percorsi.

E’ un piccolo villaggio ma possiamo rifornirci di carburante e di acqua e dormire in un accogliente campeggio con capanne adibite a bungalow. Trattato il prezzo, alcuni di noi dormiranno nell’air-camping ed altri nelle capanne. Il villaggio offre un posto telefonico da dove è possibile parlare con i nostri cari.

L’indomani divido il gruppo: 4 fuoristrada raggiungeranno Ghat via asfalto per le dovute riparazioni ai radiatori, i restanti si alzeranno più tardi e li raggiungeranno.

Arrivati a Ghat, la lentezza, tipica di questi popoli, rallenta le riparazioni, così solo nel pomeriggio possiamo ripartire, in direzione sud a lambire il confine del Niger. Espletate le formalità per il visto d’entrata all’Akakus, a pagamento, partiamo per la nuova avventura, ci aspetta la “duna del non ritorno”, così chiamata perché si può solo discendere e per ritornare in cima si deve fare un giro di 200 km e le meraviglie dell’Akakus.

Inizia un lungo tratto di canyon a volte enormi  a volte gole strettissime. In uno di questi canyon ci sbarra la strada una pattuglia militare algerina, siamo nella terra di nessuno tra le due frontiere e da qui passano le carovane dei disperati verso l’Europa. Momenti di paura nel trovarsi puntati i mitragliatori addosso, ma accertate le motivazioni e le nazionalità del convoglio ci lasciano passare.

Percorriamo una ventina di km e passiamo in un posto di controllo Libico, un Toyota pich-up fornito di mitragliatrice pesante è a guardia del posto, decidiamo di fermarci per la notte all’interno di un canyon a un km di distanza dei militari.

Ceniamo a base di carne di cammello sapientemente cucinata dalla nostra guida e dal militare di scorta. Le alte rocce che circondano il campo sono il preludio della maestosità dell’Akakus. Siamo sempre più galvanizzati, ci sentiamo più sicuri nella guida e nell’affrontare le difficoltà, ma il peggio deve ancora venire. La mattina si riparte. Iniziano dune altissime e tratti di deserto piatto come il mare in cui raggiungiamo velocità pericolose. Finalmente siamo nell’Akakus.
Ci infiliamo in questi enormi canyon sabbiosi circondati da rocce surreali, scolpite dal vento e da una mano misteriosa che ha creato forme indescrivibili.

La giornata scorre a visitare i punti di maggiore interesse, le pitture e i graffiti lasciate a testimonianza della vita rigogliosa che esisteva 10.000 anni fa vissuta da questo popolo sconosciuto che abitava questi luoghi, che oggi sono aridi ed inospitali alla vita. L’ Akakus è trafficato da carovane di fuoristrada che trasportano mercanzie dal Niger e da turisti che viaggiano nei fuoristrada dei tour-operator. Ci fermiamo nei pressi di un pozzo d’acqua e ci ritroviamo in una ventina di fuoristrada, tutti a lavarci e a scambiarci saluti. Dopo ci spostiamo a visitare tre piccoli laghetti all’interno di una gola, è quasi il tramonto e dobbiamo accamparci.  Facciamo campo, senza saperlo, in un ex bivacco di qualche gara nel deserto…… dove hanno lasciato quintali di rifiuti solidi, compreso un intero ponte con differenziale. La sera durante la cena decidiamo di ripulire la zona seppellendo il tutto, ma l’indomani, la possibile temuta presenza di serpenti e di scorpioni ci fa desistere dall’iniziativa.
Si riparte, ci aspetta la mitica “duna del non ritorno”. Vi arriviamo nel tardo pomeriggio, dopo aver attraversato centinaia di chilometri di deserto completamente piatto. Superate le difficoltà oramai abituali nel salire questa duna ci tuffiamo a discenderla dal lato opposto. Il primo fuoristrada che arriva in fondo sembra a tutti gli altri una formica nel mare di sabbia.
Scendiamo tutti e ci prepariamo al nostro sesto accampamento. Questa sera si prepara una cena particolare: maccheroni al sugo. Dopo i racconti sui fatti della giornata, spegniamo il falò ed andiamo a dormire soddisfatti di essere arrivati in un’altra meta del nostro viaggio. Rimangono solo i laghi e Leptis Magna.

L’indomani visitiamo un altro sito di disegni rupestri e di graffiti e lambiamo il terribile deserto del Murzuk con dune non molto alte ma con ridiscese quasi perpendicolari. Al tramonto arriviamo nel villaggio di Germa e ci accampiamo in un delizioso campeggio sormontato da dune. La prima cosa da fare è una bellissima doccia per togliere tutta la sabbia che ha chiuso ogni poro.
A sera ci raggiunge Ben Alì, la nostra prima guida, che si informa se tutto andava bene nel viaggio e nei rapporti con la guida e la scorta. Mi chiede se il viaggio deve continuare come da programma o se ci bastava tutto il deserto fatto. Riconfermo il tutto e riparte a razzo, deve raggiungere Tripoli entro l’indomani. Dopo i rifornimenti di acqua e gasolio si ricomincia l’avventura, dune e sempre dune ci aspettano per i prossimi due giorni. Verso ora di pranzo raggiungiamo il primo lago che è parzialmente secco. Il secondo a trenta kim di distanza è pieno d’acqua e c’è già chi pensa di fare il bagno, ma la guida ci consiglia di raggiungere l’ultimo lago, il più grande. Arriviamo in questo lago bellissimo in mezzo ad alte dune. Pranziamo tra le palme e subito dopo andiamo a fare il bagno. Salvatore è il primo e quando esce dall’acqua ha la sorpresa di trasformarsi in una statua di sale, a causa dell’alta salinità dell’acqua del lago. Va di corsa a lavarsi con l’acqua del pozzo per non diventare un blocco di sale. Ci infiliamo in acqua solo in quattro e …. meraviglia delle meraviglie…. l’alto tasso di sale ci fa galleggiare senza muovere un dito, la temperatura dell’acqua è perfetta ed il bagno si protrae per un’ora.

Ripartiamo tre ore prima del tramonto. Ricomincia il saliscendi delle dune. Si fanno sempre più basse ma lunghissime da salire. Scavalchiamo una duna con l’uscita quasi perpendicolare, chiedo via radio di avvertire quando si presenta una duna pericolosa. Nei giorni precedenti salivamo le dune ognuno con una traiettoria diversa, per avere la sabbia più dura sotto, con queste dune, invece, dobbiamo obbligatoriamente seguire le tracce di chi ci precede perché ad ogni ridiscesa la duna diventa meno ripida e pericolosa a causa della sabbia che scivola accompagnando il fuoristrada. Viene segnalata un’altra duna pericolosa che affrontiamo con le dovute cautele, ma alla terza succede qualcosa. Veniamo avvertiti per radio della presenza di una duna pericolosissima in uscita. Tutti riceviamo l’avvertimento tranne Angelo che da giorni lamentava problemi di ricezione alla sua radio. Angelo inizia a salire velocemente, come sempre il fuoristrada inizia a rallentare e a salire affannosamente. Negli ultimi 5 metri la sabbia durissima fa fare presa alle gomme e il Toyota di Angelo schizza via sopra la duna atterrando 7 metri più in basso con il frontale e conseguente ribaltamento in avanti. Via radio si succedono gli avvisi di quello che era successo……. Attenzione Angelo si è capovolto……..la macchina ha preso fuoco…… Angelo e Antonella sono dentro il fuoristrada. Arrivo per ultimo salendo la duna senza nessuna precauzione e appena in cima blocco il fuoristrada in bilico. Lo spettacolo che appare ai miei occhi è terribile. Vedo solo 4 ruote in aria coperte da un denso fumo bianco e un assordante rumore di motore. Schizzo fuori dalla macchina e mi pronto a prestare soccorso. Mentre scendo la duna un rumore simile ad uno scoppio spegne definitivamente il motore. Mi trovo dal lato di Antonella che vedo cosciente e con gli occhi sbarrati. Arriva subito a gattoni anche Angelo che era riuscito ad uscire dal fuoristrada e cercava di soccorrere sua moglie. Tirata fuori dall’auto, Antonella non aveva dolori ma non riusciva a muovere un braccio. Angelo aveva il viso contuso e perdeva sangue dalla bocca. Queste sono situazioni-limite in cui chi riesce a mantenere il sangue freddo fa la differenza. C’era chi sotto shock non riusciva a muoversi, chi non sapeva cosa fare, chi diceva cose senza senso e così via. Superati i primi momenti si smarrimento si formavano due squadre spontanee: una di soccorso medico e una di soccorso meccanico. Si doveva subito capovolgere l’auto e cercare di metterla in moto mentre iniziavano ad uscire dai fuoristrada le confezioni di ghiaccio secco distribuite in precedenza a tutti gli equipaggi. Capivo che Antonella aveva il braccio rotto e rimanevano per l’asfalto e la città di Sebha ancora 70 km e un’ora di luce. Si riesce a far ripartire il Toyota con qualche difficoltà e si cerca di recuperare tutto quello che è rimasto intorno al luogo dell’impatto. L’auto riparte, forse per timore di essere abbandonata nel deserto.

Chiedo alla guida di trasportare i feriti in ospedale mentre gli altri aspettano nel deserto, ma la guida rifiuta questa soluzione. Decido allora di proseguire il viaggio fino a Sebha. Dopo quanto accaduto non c’è più spavalderia e sicurezza sulle dune e si procede con continui insabbiamenti, è impossibile continuare. Decido di fare campo per la notte. Temo che Antonella abbia altre lesioni e che la frattura all’omero sia grave. Adesso, con tranquillità si medicano bene i feriti, si controlla la pressione e le temperatura. Ivana, nel frattempo prepara i tortellini in brodo per tutti, ma non ho fame e vado a dormire. La notte è molto calda, strano, e in lontananza sento un rombo sempre più forte che si avvicina, mi chiedo che cosa possa essere, sta arrivando una terribile tempesta di sabbia. Per tutta la notte il vento fortissimo e la sabbia ci flagellano, le tende vengono abbandonate e si cerca rifugio nei fuoristrada. Rimane solo chi dorme nell’air-camping ma il vento soffia rabbiosamente e scava sotto le auto inclinandole di trenta gradi.
 
All’indomani l’accampamento sembra un campo di battaglia tutto devastato e i fuoristrada sono tutti inclinati da un lato. Partiamo alle prime luci dell’alba dobbiamo raggiungere al più presto l’ospedale di Sebha. Percorriamo i 70 km che ci separano dalla città in meno di 2 ore e subito Antonella viene ricoverata in ospedale, accompagnata da Angelo ed Emanuele.
Io devo espletare le formalità di denuncia dell’incidente ed organizzare il rientro in aereo e il recupero del fuoristrada rimasto fermo a Ghadames. Per ben 2 volte tento di entrare in ospedale ma mi viene negato l’accesso, così rientro in campeggio a Sebha dove il resto del gruppo mi aspetta. Nel frattempo i ragazzi si sono dati da fare per sistemare il Toyota di Angelo. Adesso uno sportello si può aprire, ma rimane il problema della mancanza di parabrezza che crea molte difficoltà alla guida. Il caldo è infernale, ci sono 47° all’ombra e ci rifugiamo in uno stanzone climatizzato dove seduti su tappeti a terra ci mettiamo a parlare del più e del meno con il personale del camping, aspettando il rientro di Antonella. Intanto è arrivata una nuova guida con taxi che accompagnerà l’equipaggio del fuoristrada fermo a Ghadames, così ci salutiamo con appuntamento in frontiera. Alle 16,30 tornano Antonella, Angelo ed Emanuele. Adesso il braccio di Antonella è ingessato e lei ha subito un’anestesia totale. Antonella ed Angelo hanno deciso di continuare il viaggio e non accettano nessuna opzione. Partiamo immediatamente, in serata dobbiamo raggiungere la città di Waddam e pernottare, sono 235 km di asfalto.

Alloggiamo in un albergo e ceniamo in un fast-food libico, divertente. Dopo cena tutti a letto. Domani si parte per Leptis Magna: 320 km di asfalto.

A Leptis Magna arriviamo nel tardo pomeriggio ed alloggiamo in un lussuoso albergo e ceniamo a lume di candela, il peggio è passato. Adesso dobbiamo rilassarci e goderci la parte turistica della Libia. E’ arrivato il momento dei souvenirs e di visitare la maestosa città romana, piena di turisti italiani. Finita la visita si parte alla volta di Tripoli, città bellissima ed affascinante.

 
Ci inoltriamo nella medina e facciamo gli acquisti più disparati, con annesso taglio di capelli (o ciò che ne rimane) per Gianfranco ad opera di un barbiere locale. Lasciamo Tripoli e dopo un frugale pasto in riva al mare le guide ci danno la triste notizia che la sabbia,  i frammenti pietrificati e le strane pietre raccolte non possono passare la frontiera libica senza rischiare problemi seri. Siamo tutti incazzati perché quei piccoli cimeli erano il ricordo di posti meravigliosi, a malincuore lanciamo tutto in acqua e proseguiamo per la frontiera dove Massimo e Peppe ci aspettano. Ci ricompattiamo presso un rifornimento di carburante dove ci aspetta la prima guida che deve accompagnare un altro gruppo di italiani nel deserto.
 
Ci incontriamo con i nostri connazionali e sorridiamo nel vedere i loro fuoristrada puliti ed organizzati, al contrario dei nostri pieni di sabbia dentro e fuori e con tutti i bagagli confusi. Ci salutiamo ed entriamo nella frontiera libica. Ci fanno entrare in un capannone dove i doganieri libici ci ordinano di vuotare in terra tutto il bagaglio. Successivamente riconsegniamo le targhe libiche e ci viene restituita la cauzione. Salutati la guida ed il militare che ci ha scortati rientriamo in Tunisia. Pernottiamo a Medenine e l’indomani ci si ferma ad Hammamet per riposare 2 giorni. Il viaggio sembra finito ma la sorte ci aspetta per l’ultima prova. Antonella accusa complicazioni al braccio e si decide per una visita urgente in una clinica privata. Così Antonella torna in ospedale e deve essere operata d’urgenza; l’indomani sera c’è la nostra nave in partenza per Palermo, che fare? Il timore che Antonella venga dimessa troppo tardi per raggiungere Tunisi e che ambedue perdano la nave è realistico ma un’idea di Emanuele rasserena tutti. Si decide che, appena dimessi, Angelo e Antonella raggiungano in taxi il porto di Tunisi, mentre uno di noi guiderà il loro fuoristrada fino all’imbarco partendo con sei ore d’anticipo. Tutto va per il meglio e si può tornare in Italia con maggiore serenità.
Questa esperienza in Libia ci ha insegnato tante cose, 18 giorni di convivenza pacifica, nuove esperienze di guida e tanto buon senso che hanno permesso la riuscita di questo fantastico viaggio. Sulla nave incontriamo gli amici del Sahara Club di Ragusa, anche loro di ritorno da un viaggio nel deserto. Scambiati  i saluti si va a dormire con la testa piena di tanti ricordi. 
Ringrazio i miei compagni di viaggio che si sono dimostrati sempre all’altezza delle situazioni, le guide libiche Saf Alì e Awuard, la scorta Ben Ka Sin.
Un ringraziamento particolare all’amico Achille Brisolese per i suoi preziosi consigli, ad Ivana Dotti per la logistica in Italia, all’organizzazione umanitaria “ Bambini nel deserto” e a tutti quanti si sono resi partecipi alla realizzazione di questo “sogno nel cassetto”........ Amedeo Colaianni

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